Sassocorvaro

La città sorge su uno sperone di roccia che domina la valle del Foglia, a circa cinquanta chilometri da Pesaro. È famosa per la fortezza di Francesco di Giorgio Martini, architetto militare, voluta a sua protezione dal duca Federico di Montefeltro, all’interno della quale, durante la seconda guerra mondiale, furono custodite e protette dai bombardamenti numerose opere d’arte.

Il progetto di protezione del patrimonio artistico nazionale, fu intrapreso dal governo fascista nel 1940, all’ingresso dell’Italia in guerra. Le opere iniziarono ad affluire alla rocca fin dal 6 giugno 1940, quattro giorni prima dell’ingresso in guerra, dopo che erano stati eseguiti lavori di adeguamento della struttura. Si trattava di trasferire le opere di maggiore interesse artistico in un ricovero segreto che permettesse di custodirle con la maggiore sicurezza possibile. Il luogo più idoneo fu individuato proprio nella quattrocentesca rocca di Sassocorvaro, che sembrava rispondere ai requisiti richiesti.

L’incarico fu affidato al giovane Sovrintendente di Urbino, Pasquale Rotondi, il quale “seppe portare sulle sue spalle il peso di una responsabilità enorme, mostrando un notevole coraggio e un grande equilibrio nelle difficili decisioni che si trovò a dover prendere” (Liceo scientifico Sassocorvaro 1995, libro IV, p. 3). Fu lui dunque che diresse l’operazione salvataggio per tutta l’Italia centrale. Furono salvate circa diecimila opere provenienti oltre che dalle Marche, anche da Roma, Venezia e Milano. Per capire l’importanza di questa operazione, basti citare alcune opere affidate al prezioso lavoro di Rotondi: il Tesoro e la Pala d’oro di San Marco in Venezia, la Tempesta del Giorgione, il Caravaggio di San Luigi ai Francesi a Roma, opere di Tiziano, Piero della Francesca, Rubens, Bellini, Mantegna e tutte le opere dei musei e delle chiese marchigiane. Così la rocca di Sassocorvaro divenne la roccaforte segreta del patrimonio artistico italiano. La rocca presentava le caratteristiche essenziali per essere scelta: era lontana dai centri industriali e ferroviari e soprattutto dai centri militari d’interesse bellico, aveva ambienti ampi e asciutti, tali da proteggere le opere d’arte chiuse negli imballaggi. Inoltre la sua vicinanza ad Urbino avrebbe reso più semplice e frequente i controlli e la custodia. Dal punto di vista architettonico le strutture murarie esterne ed interne erano talmente robuste da essere allora considerate capaci di resistere a eventuali attacchi aerei.

Nel 1942 un altro edificio marchigiano fu scelto per conservare altre opere provenienti dal resto dell’Italia, fino ad allora conservate nei rifugi sotterranei, si trattava del Palazzo dei Principi di Carpegna. Vi affluirono dalla primavera del 1943 sculture, ceramiche e dipinti provenienti dal castello Sforzesco di Milano, dalla Galleria di Brera, dalla Galleria Borghese e dalla Galleria Corsini di Roma e altre ancora arrivarono da Venezia.

In tutto tra Sassocorvaro e Carpegna erano concentrate più di diecimila capolavori, come disse Rotondi: “senza dubbio la più grande concentrazione di opere d’arte mai realizzata nel mondo” (Liceo scientifico Sassocorvaro 1995, libro IV, p. 21). Tuttavia dopo l’8 settembre e l’occupazione tedesca del territorio, si iniziò a temere che i tedeschi scoprissero i due nascondigli. Rotondi assai preoccupato prese contatto con i sovrintendenti di Milano, Roma e Venezia per spostare le opere in un luogo più sicuro. Il 19 ottobre un reparto delle SS entrò a Carpegna, scopri il rifugio al Palazzo dei Principi e ne prese il controllo. Il deposito di Sassocorvaro non era ancora stato scoperto e Rotondi iniziò a prelevare le opere più importanti, tra cui la La Tempesta di Giorgione, il S. Giorgio di Mantegna, e caricarle su una balilla per portarle nei sotterranei del palazzo ducale di Urbino. Nel frattempo, anche grazie alla intermediazione del patriarca di Venezia, si misero in piedi alcune spedizioni per il recupero delle opere d’arte dei due depositi marchigiani per cercare di trasferirle in Vaticano. Attraversarono l’Italia in guerra opere come Lo sposalizio della Vergine di Raffaello, l’Amore Sacro e l’Amore Profano di Tiziano, il Ritratto della Fornarina, la Donna del Liocorno di Raffaello. Le difficili spedizioni avvennero con camion di fortuna, e tra bombardamenti e conflitti a fuoco tra il dicembre 1943 e il gennaio 1944.

Carpegna fu completamente svuotata e a Sassocorvaro rimasero le opere meno importanti. Così con il passaggio del fronte, le opere erano al sicuro in Vaticano. Alcuni colpi di artiglieria colpirono la rocca di Sassocorvaro al cui interno era stato messo in salvo anche tutto il patrimonio della biblioteca Oliveriana di Pesaro. Con l’arrivo dell’ordine di sfollameno della zona, per la vicinanza della Linea Gotica, i custodi rimasero coraggiosamente sul posto, dopo che Rotondi era riuscito ad ottenere l’autorizzazione del comando germanico.
Finalmente il 30 agosto anche Sassocorvaro venne liberata.

CALULTIMO

All’inizio dell’estate del 1944 gli echi della guerra, che fino a quel momento sembrava così lontana, cominciavano a farsi sentire con sempre maggiore insistenza anche nell’entroterra del pesarese.
Domenica 23 luglio, per il piccolo agglomerato di case di Calultimo, a Sassocorvaro, fu una domenica di tragedia. Un aereo inglese sganciò improvvisamente e in apparenza senza ragione una bomba che uccise dieci persone, più della metà bambini.
Si trattò di un fatto minore rispetto ai drammatici risvolti della «guerra totale». Protagonisti furono le persone semplici dei nostri paesi e delle nostre campagne. Eppure nella memoria di quegli anni, esso rappresenta l’evento più tragico accaduto nel Comune di Sassocorvaro durante il passaggio del fronte.

Quella mattina era una giornata come tante altre, c’era un vivo movimento nello spazio antistante le abitazioni, tra l’aia e il capanno: i componenti di diverse famiglie erano appena tornati da Santa Maria in Val di Loto, dove avevano assistito alla messa e si erano fermati a chiacchierare. Altri stavano facendo una partita a carte sotto la tettoia del capanno. E proprio quella tettoia potrebbe essere stata la causa della tragedia; si pensa che forse, dall’alto, la sua copertura in lamiera possa essere stata scambiata per un carro armato mimetizzato o qualcosa di simile, visto che i tedeschi erano soliti mascherare tra le case i loro mezzi blindati perchè non venissero intercettati. Ecco il racconto di Anita, una diretta testimone dei fatti e madre di una delle vittime: «Io ero incinta di quasi nove mesi, stavo per partorire, e per questo avevo avuto in regalo un pezzo di lepre dal contadino della Villetta (casa colonica della zona) e l’avevo appena messo al fuoco. In quel momento sento come un rombo in lontananza, che si avvicina rapidamente. Mi affaccio alla porta e vedo tre aerei venire dalla nostra parte; poi uno si stacca dagli altri e scende in picchiata sulle case: – Madonna, viene giù! – Non ho fatto in tempo a dire quelle parole… poi non ho capito più niente. Era sceso basso e aveva sganciato la bomba: sono rimasta tramortita. Quando mi è tornato un po’ di fiato ho visto un gran polverone, mi sono trovata tra le macerie e tutto intorno sentivo grida di aiuto disperate. Ma non c’era tempo di pensare, bisognava cercare l’aria, perchè fra la polvere dell’esplosione e la puzza della bomba non si respirava più. Ho cercato di farmi largo in mezzo ai sassi scavando di qua e di là tra le macerie e sono riuscita a venir fuori all’aperto e fuggire via… mi sono ritrovata dietro un pagliaio, rannicchiata e tremante» (Memoria viva, n°11, 2010 p.29).

Poiché le vittime della strage erano in parte abitanti di Calultimo e in parte gente sfollata dai paesi vicini, i funerali si svolsero in località differenti. Quel doloroso evento segnò per gli abitanti della borgata una svolta nel modo di percepire la guerra, che si presentò improvvisamente ai loro occhi, non più come qualcosa di lontano ma come una realtà drammatica. Dopo la fine del conflitto, uno degli abitanti superstiti, Anselmo Salucci, che nella strage aveva perso una figlio, osservò: “Sembra che siano morte delle galline e non delle persone, non ci hanno messo nemmeno un segnale!”e di sua iniziativa fece appendere sul muro della casa una lapide a ricordo del fatto. Per lunghi anni i parenti delle vittime sono rimasti soli nel loro dolore finchè nel cinquantesimo anniversario della strage, il Comune ha posto una seconda lapide vicino alla prima “A ricordo del tragico evento”. L’anno successivo, per il cinquantesimo della Liberazione, i ragazzi del Liceo Scientifico di Sassocorvaro, con i loro insegnanti, svolsero una ricerca poi pubblicata, dal titolo: “1944: la guerra nel Montefeltro” dove è raccontata anche la vicenda di Calultimo. Da allora l’episodio tornò d’attualità. Fu fatto costruire un monumento ai caduti per ridare giusta dignità al ricordo (Memoria viva, n°11, 2010 p.26).

Bibliografia
A.N.P.I di Pesaro e urbino in collaborazione con ISCOP, Memoria viva, n°11, 2010.
Liceo scientifico Sassocorvaro, ANPI Pesaro, 1944. La guerra nel Montefeltro alta e media valle del Foglia, Sassocorvaro 1995.
S. Giannella, P. D. Mandelli, L’arca dell’arte, Editoriale Delfi, Milano 1999.
L. Pasquini, N. Re, I luoghi della memoria. Itinerari della resistenza marchigiana, il lavoro editoriale, Ancona 2007.
R. Giacomini, Ribelli e partigiani. La Resistenza nelle Marche 1943-1944, Affinità elettive, Ancona 2008.